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Sergio Ardissone

Se pensate di aver viaggiato ...non conoscete Sergio!


 

Kyrgstan - Tibet

In mtb su una delle strade piu'difficili e affascinanti al mondo


 

Alle porte del sahara

Le piste del sud tunisino


 


UGI

Daniele ,l'avventura e la solidarieta'ancora assieme



 

 

 

 

Seduto sull’instabile aereo di fabbricazione russa che mi sta portando nell’aimag di Bayan –Olgii, la provincia piu’occidentale della Mongolia, mi domando che cosa mi ha spinto fin qui. Non vedo villaggi, corsi d’acqua né strade interrompere le migliaia di chilometri di terreno arido sassoso che per ore scorrono sotto di me. Dovro’ attraversare l’immensa e minacciosa distesa del deserto del Gobi su una bicicletta che pesa oltre mezzo quintale : “che cosa succedera’ quando saro’ in mezzo alla zona piu’incontaminata e desertica di tutta l’Asia ?” Non avevo mai visto dall’alto uno dei tanti deserti attraversati avendo tanto tempo per riflettere………”Sain baina uu ! ..ta ali ulsaas irsen be?” cosi’ mi distrae un signore sulla cinquantina vestito con il Del, tipico abito mongolo, incuriosito dalla mia presenza. Sono l’unico occidentale sull’aereo e l’espressione del mio interlocutore è incredula quando a gesti, mimando la bicicletta, indico il deserto. Poche ore dopo recupero le scatole di miei materiali da un camion di bestiame su cui sono stati scaricati i bagagli. A Olgii, un’angolo sperduto al confine con il Kazaakistan, i complessi preparativi logistici per la scalata delle cime del Tsast Uul (4193 mt.) e del Tsambagarav Uul (4202 mt) occupano completamente i primi giorni in terra mongola. Sono cosi’ concentrato che solo sulla cima del Tsambagarav Uul, con gli sci gia’ai piedi per la discesa, metto a fuoco che sono a 2500 chilometri dalla capitale, 250 dal villaggio più vicino e a 2500 metri di dislivello dalla mia tenda. Insomma molto, molto lontano. Per raggiungere la cima, una delle piu’ alte dell’Altai Nuruu, la catena montuosa piu’ imponente del paese, ci sono voluti sette giorni di spostamenti in vallate prive di piste verdi e ricche di guadi, aggirabili solo grazie a Oshho, la mia guida kazaka. Sono solo all’inizio della mia avventura e le mie energie sono ancora intatte, nonostante le fatiche dovute al maltempo che durante la seconda salita mi ha costretto al rientro; sulla via del ritorno, verso Olgy, la mia mente è gia’ rivolta al deserto. Chiuso in una stanza polverosa e priva di luce, trascorro la notte prima della partenza a montare la bicicletta e a controllare in modo ossessivo l’attrezzatura, preparandomi all’incontro con il Gobi. Ci sono solo trecento metri d’asfalto per uscire dal villaggio e lasciata l’ultima casa sulla destra, la pista diventa un tracciato sconnesso di terra e sassi per 350 km . Per un paio di giorni il vero deserto si fa attendere, percorro vallate ricche di vegetazione bassa, punteggiate di minuscoli laghetti, che non compaiono sulle mie cartine, in cui si riflettono cime costantemente innevate. Passo Kashhaat Davaa! Dopo 50 km sotto un sole cocente e contro una indescrivibile tempesta di sabbia che ha reso il cielo color ocra, eccomi a 2700 mt . Impegnato a rimanere in piedi e immerso in nuvole di polvere che mi costringono a coprirmi la bocca per respirare, cerco di capire in quale direzione dirigermi . Non riesco ad intravedere un sentiero e la tempesta si accannisce sempre di piu’ tanto da costringermi a ripararmi dietro una formazione rocciosa e montare la tenda per trascorrere le poche ore di luce che restano. Avevo sentito parlare delle famose tempeste di sabbia e terra del Gobi, ora sento la loro voce incessante ululare contro le pareti del mio umile riparo per ricordarmi che non devo sottovalutare la forza della natura di questa regione. La cosa piu’ importante e’ rendersi subito conto che il sogno che si vive prima della partenza ora e’ la tua realta’ quotidiana. Prima si riesce ad affrontare questo passaggio, prima si e’ in grado di superare ogni tipo di avversita’ con la massima energia. Qui non ho spazio per il confronto con la vita “normale” , quanto sto vivendo è ora la mia unica “normalita’ e, come tale, priva di possibili alternative. Rinunciare? Non posso neanche pensarci , non ci sono alternative! Per giorni mi dirigo verso le province del sud Khovd e Altai , verso il vero deserto del Gobi : il luogo del nulla spazio temporale . Mi rendo subito conto che le piste sono solo un’ipotesi e pedalo inventando sentieri che non esistono per trovare improbabili pozzi d’acqua per sopravvivere, il tutto affidandomi solo al gps e al mio senso dell’orientamento per intuire un passaggio percorribile dalla bicicletta tra le steppe ondulate . Di tanto in tanto, solo la compagnia di alcuni gruppi di cammelli selvatici e cavalli bradi lanciati al galoppo, smorza la solitudine in questo angolo di terra ai confini del mondo. Ovunque ci sono arbusti spinosi e il Saxual , un’arbusto che impiega un secolo a raggiungere l’altezza di quattro metri, con il ruolo di trattenere le sabbie desertiche e prevenire l’erosione. Per una giornata la pista diventa sorprendentemente liscia, sono stanco , ma perlomeno posso proseguire libero di godermi questa inebriante e affascinante sensazione di vuoto. Durante le prime settimane di settembre, la fine dell’estate mi regala ancora giornate con temperature gradevoli, anche se il vento e l’imbrunire portano con se’ il gelo e l’annuncio che l’autunno lascera’ presto il passo ad un drastico inverno.Il centro di Altai , una delle localita’ piu’ grandi del Gobi, e’ qualcosa che potrei chiamare una piccola citta’fatta di poche case in cemento circondate da molte Ger e solo la via centrale asfaltata. Arrivo che e’ ormai buio e l’illuminazione notturna per le strade e’ assente, costringendomi a vagare come un fantasma alla ricerca di qualche ombra a cui chiedere informazioni. Incontro Zerik , un ragazzino di 14 anni che si offre gentilmente di accompagnarmi nell’unico Zochid Buudal (albergo) del posto. Una signora, seduta sulla porta, mi fa entrare con la bicicletta nell’atrio e subito mi porta dell’acqua in un secchio per rinfrescarmi. Mentre ancora mi sto togliendo la polvere di tre giorni dal viso, mi porge una scodella di Buuz , i tipici gnocchi di carne di montone al vapore. A volte le parole sono superflue , vedendo la mia faccia impolverata e stremata, mentre cerco di spiegarmi tra un boccone e l’altro, mi sorride e mi dice : Tsutsaan! Riconosco la parola “stanco” mentre lei e il ragazzo cominciano a portare le borse della bici verso la mia stanza! Ogni alba, in piedi di fronte all’orizzonte, osservo affascinato il sole che sorgendo scioglie il gelo sulla tenda, mentre cerco di scaldarmi con qualche bevanda calda per colazione. Spesso la sera precedente ho allestito il campo nell’oscurita’ e il panorama che mi si presenta e’ del tutto inaspettato. Smonto la tenda e carico la mia bici controllando che tutto sia funzionante e, nel piu’ assoluto silenzio, le mie ruote cominciano a scricchiolare sulla ghiaia della pista. Con le prime pedalate mi chiedo sempre cosa mi riservera’ questa giornata, che sara’ diversa anche solo per come la fatica e la solitudine la dipingono su uno sfondo di mezze montagne ornate di nuvole dalle forme impressionanti . Le ore si susseguono e il vento diventa sempre piu’ forte e la guida piu’ impegnativa per i lunghi tratti sabbiosi che mi costringono a spingere per un tempo interminabile, come in un terrificante film al rallentatore. La gioia per l’inizio di un nuovo giorno lascia cosi’ subito spazio alla concentrazione per dominare ansia e fatica su piste che sembrano portare in posti improbabili. Il vento e’ cosi’ forte che non posso lasciare la bici sul cavalletto mentre consulto i punti gps sulla carta, cercando di non farmi strappare i fogli di mano dalle raffiche improvvise. Pedalo per circa otto ore, con la mente che si perde nell’infinito di un’orizzonte in cui si ha l’impressione di scorgere la curvatura della terra, fintanto che uno scheletro di cammello mi ricorda che devo assolutamente trovare il prossimo pozzo d’acqua entro due giorni.